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Tiziano Terzani, ritratto di un amico
Tiziano Terzani, ritratto di un amico

Intervista al fotografo Vincenzo Cottinelli
Coetanei, entrambi fotografi.
La stessa passione per Robert Capa, la stessa stima per Abbas e Ryszard Kapuscinski, la stessa visione del mondo.
Il ritrattista Cottinelli ci racconta Tiziano Terzani e ci presenta le fotografie del libro in mostra a Roma. Nove anni anni di incontri in centinaia di bianco e neri.

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Il suo primo incontro con Tiziano Terzani risale al 1995. La simpatia fu immediata; galeotto fu l’accenno a Kapuscinski, vero?

Guarda tutte le foto!
Direi di sì! In quel periodo mi occupavo quasi esclusivamente di ritratti di scrittori. Su consiglio di un'amica, fissai un appuntamento per fotografare Tiziano Terzani in occasione della presentazione di un suo libro. Il mio stile è tuttora quello di leggere almeno un’opera dell’autore che vado ad incontrare, ma di lui non avevo letto nulla. Nell’attesa del mio turno sfogliai Un indovino mi disse, che era in esposizione. Quando lo incontrai gli confessai la verità e poi aggiunsi che notavo una certa somiglianza con Ryszard Kapuscinski. Tiziano esplose di gioia ed esclamò “E’ il più bel complimento che ho ricevuto nella mia vita, grazie!”. Più tardi venni a sapere che Terzani e Kapuscinski si scrivevano e si stimavano reciprocamente.
Cosa avevano in comune Terzani e il famoso reporter polacco?

La passione per l’inchiesta sul territorio e la stessa stupefacente facilità di parlare sia con la gente comune che con i presidenti. Tiziano conosceva i problemi reali di una nazione perché andava per le strade, non se ne stava in albergo a leggere i giornali. Anzi, polemizzava con questo modo indiretto di fare giornalismo.
In quell'occasione come si pose Terzani difronte al suo obiettivo?

Guarda tutte le foto! In modo amichevole e intenso, con entusiasmo. Lui era anche un bravissimo fotografo e da parte sua c’era il piacere di aiutare un collega che gli stava simpatico. 
Ne uscì una fotografia che poi è diventata famosa: quella con le mani giunte. Poi, quando ci lasciammo io ebbi in omaggio la mia copia de Un indovino mi disse e Tiziano mi fece la dedica. Mi  scrisse A Vincenzo, cui debbo il più bel complimento e forse una bella foto. Ed io che do? Amicizia”.
Lei ha ritratto Terzani per nove anni, dal 1995 fino al 2004. Che tipo di soggetto fotografico era?

Anche in questo era unico. Lui non posava. Tiziano rappresentava se stesso. Il suo lato spiritoso, simpatico, espansivo, ma anche quello severo e rissoso. Sapeva di trovarsi davanti ad un fotografo ritrattista e cercava di mettere sul palcoscenico le cose di sé, i suoi sentimenti e i suoi pensieri. E anche il suo narcisismo! Era consapevole del suo fascino e della sua simpatia.
Intuì fin da subito che Terzani aveva una stoffa speciale?

Guarda tutte le foto! Certamente. E mi sento fortunato per aver avuto la possibilità di partecipare a pezzi di questa vita straordinaria. In questi anni di fotografie mi sono reso conto che la sua intelligenza, la sua eticità, la sua generosità, la sua acutezza erano a livelli eccezionali. Non è facile incontrare una qualità così alta in tutti gli aspetti, nonostante io frequenti da anni un mondo selezionato di giornalisti, scrittori e intellettuali.
Terzani era anche un fotografo. Parlavate di fotografia? Avevate gli stessi fotografi di riferimento?

Sì. Tiziano, come me, era legato alla tradizione classica dei reporter in bianco e nero. Tra i maestri a noi più cari Rober Capa. Tra i contemporanei, invece, Abbas, un fotografo iraniano nato negli anni ‘30 e specialista in storia dell’Islam. Era un grande amico di Tiziano; si sono incontrati a Kabul. La copertina del libro di Tiziano Lettere contro la guerra è sua.
A quali ritratti di Terzani è più affezionato?

Guarda tutte le foto! Agli ultimi ritratti, due mesi prima che morisse. Tiziano arrivò al 2004 in condizioni di apparente grande vitalità. Per cui tutti noi, gli amici comuni, eravamo convinti che fosse guarito dal tumore. Ma non era vero: nel novembre 2002 aveva avuto una diagnosi definitivamente negativa e aveva scelto di non dirlo a nessuno. Io venni a conoscenza di questa terribile verità a marzo del 2004 dalle pagine de Un altro giro di giostra.
Poi, il 21 maggio Tiziano mi telefonò. Mi chiese di andare a fotografarlo. In quel frangente, emotivamente così tremendo, fece forza a me. Mi consolò, scherzò e prese il timone. Salvo poche cose, fece tutto lui, dalla regia alla location. Mi sgridò pure! Mi raccomandò che si vedessero gli sfondi, il buddha, le rose e ganesh, il dio elefante che nella tradizione religiosa indiana è il protettore degli intellettuali. E si mise a costruire come un regista quello che io considero un suo capolavoro.                                                                                                                        (continua)
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